martedì 13 aprile 2010

MUTANT ZONE (animal lovers)

Appena scesi dalla macchina, i due ragazzi diventano ombre ritagliate sul muro, e cominciano subito a scivolare verso la luce rosa della grande insegna: “MUTANT ZONE – HOT NIGHT”. .

Intorno a loro, i caseggiati silenziosi della vecchia periferia industriale anteguerra, immersi nell’aria pesante della notte.

Oltre, i tetti silenziosi dei capannoni, le colline buie e le poche luci della città degli uomini, lontanissima.

- Questo posto puzza, è uno schifo! Sono stato un cretino a darti retta e seguirti in questo cesso. Se me ne restavo in città…

- … a quest’ora ti stavo facendo una sega nel solito tecnopub, di fronte a quel mostro di lapdancer!

Il ragazzo più grande si ferma di scatto, guardando l’altro con odio.

- Non nominarla nemmeno, è bellissima, e per la sua età ha pochissime cicatrici da radiazioni.

- Santo cazzo, amico, ha due teste!

- Doppia possibilità! Con una bocca ti fa un pompino, e con l’altra…

Il più giovane alza le mani grigiastre di fronte a sé, in segno di resa, scuotendo la testa.

- Va bene, va bene… non lo voglio sapere. Siamo arrivati, entriamo!

OOO

Una stanza perfettamente circolare. Il pavimento è leggermente umido, e caldo.

Dalle pareti filtra ovattato il suono della musica del locale sovrastante.

Due esseri sono seduti l’uno di fronte all’altra.

Lei, completamente nuda, è abbracciata alle proprie gambe lunghe e muscolose, muovendo nervosamente le dita dei piedi. Sta guardando il suo interlocutore, cercando una crepa qualsiasi nella sua espressione impenetrabile.

Ogni tanto, quasi distrattamente, passa la lingua rosata sulle braccia e sulle gambe, lisciandosi il pelo nero e lucido come ebano.

Perché lo fanno, Sibilante? Tu sai dirmelo?

Lui non si muove di un millimetro, potrebbe essere imbalsamato e non si noterebbe la differenza.

Lei però percepisce la fredda e avvolgente intelligenza che emerge dai dischi gialli dei suoi occhi dalle pupille a fessura.

La lingua puntuta guizza per un attimo dalla bocca senza labbra, poi i suoi pensieri gelidi vengono a stringerla e rassicurarla, come sempre.

I tuoi pensieri sono oscuri e arruffati come il tuo manto, Piccola Figlia. Di chi stai parlando?

Lei ha uno scatto, e le esce un involontario brontolio ringhioso dalle fauci, mentre scrolla piano la sua testa di pantera.

Delle Pelli Rosa, lo sai benissimo. Vengono qui, impestando l’aria con il loro fiato malato, e il rumore delle loro grida è fastidioso come lo stridere di unghie sul metallo.

La loro arroganza li porta a credere che, se non riescono a vedere al buio, allora nessuno possa farlo. Ma i miei occhi non sono deboli come i loro, Sibilante. Io li posso vedere, nascosti tra gli spalti. Vedo ognuno di loro.

Lui non si muove, la sua testa piatta ed il lunghissimo collo che si estende a cappuccio sono puntati verso Pantera, bevendo i suoi pensieri come altre volte ha saggiato i suoi umori. Il resto del suo corpo, interamente ricoperto di scaglie dorate, è nascosto da un caftano damascato, che si allarga in morbide pieghe sul pavimento.

Pantera, nervosa, si allunga snodata e si lecca il dorso del piede, con la noncurante attenzione riservata alla pulizia di un cucciolo. I suoi pensieri continuano a riversarsi nella stanza, selvaggi.

Ci chiamano mostri, mutanti, orrori, scherzi della Natura… ma quando le luci si spengono e giochiamo al Gioco, sento i loro sguardi sul mio corpo, e li vedo gemere. Alcuni di loro si masturbano in fretta. Pensano di farlo di nascosto l’uno dall’altro, ma alla fine lo fanno tutti. Tutti.

OOO

I due ragazzi ora sono incuneati in una fila di bassi sedili. Qua e là ombre umane distanziate, trincerate dietro il proprio buio personale.

Il palco è formato da una semplice arena ricoperta di linoleum consunto, illuminata da alcuni faretti di vari colori.

In pista, Pantera avanza a piedi nudi, sinuosa. Sulla schiena la luce violacea staglia le masse muscolari, dando un effetto bagnato al pelo lucido.

Sulle ginocchia, di fronte a lei, lo schiavo le arriva all’altezza del petto. La sua massa imponente e rossiccia trema, mentre le mani artigliate di Pantera gli accarezzano il petto, e scendono giù verso il ventre teso.

La musica in sottofondo, ossessiva, atonale, si interrompe, e Pantera e schiavo si bloccano, occhi negli occhi, congelati nel tempo. Poi, un rapido movimento, le due forme si contorcono l’una nell’altra, artigli che tracciano disegni più rossi della pelle su cui scavano, lingue che saettano, una coda s’attorciglia ad una caviglia.

Il ruggito di dolore e piacere dello schiavo fa vibrare le casse toraciche dei presenti, mentre scuote la sua criniera fulva, inarcando la schiena.

- Cristo al neon, ma sono animali! Li ho visti solo sui video di scuola!

Il ragazzo più giovane sbuffa, irritato dall’interruzione.

- Non sono proprio animali. Sono animali mutati… o forse uomini mutati in animali… oh, ma chi se ne frega! Il punto è che sono arrapanti un casino!

- Ma che cazzo dici?! Sei malato?!

- Chiudi quella cazzo di bocca e guarda, o la prossima volta ci vengo da solo.

pantera

Pantera scosta delicatamente il pelo attorno alla minuscola ferita che Leone le ha lasciato nell’ultimo Gioco. Il taglio sottile si sta già rimarginando, a vista d’occhio. Non è certo turbata da questo.

Perché mi chiedono sempre un Nome, Sibilante?

Lui non ha modificato la propria posizione. Immobile, guarda Pantera, di fronte a lei, compiacendosi della matematica perfezione delle sue forme. Vorrebbe fare qualcosa per acquietarle i pensieri, ma sa anche che è la sua natura. Natura di fuoco. Natura di ghiaccio, a ciascuno il suo.

Quale Nome, Piccola Figlia?

Pantera si accuccia, inarcando la schiena, e stavolta ruggisce di proposito, con rabbia. Le pareti vibrano al suono della sua voce, meno profonda di quella di Leone ma con un’anima più tagliente, complessa.

Un Nome che mi appartenga, che mi distingua dalle altre, ai loro occhi. Non ho bisogno di un suono per sentirmi viva. Non ho bisogno di suoni per riconoscere la mia Famiglia.

Lui, paziente, fa guizzare la lingua un paio di volte. Tanto per dare un’impressione di movimento: è consapevole che lei non gradisce troppa immobilità.

Le Pelli Rosa hanno solo i suoni per comunicare tra di loro. I suoni e poco altro.

Pantera sembra non aver ascoltato, e continua. Vuole riversare fuori tutto.

Vogliono che dia loro un Nome, il mio Nome, in maniera da possedermi per sempre. Lo sento, quando si aggrappano alla mia pelliccia, e spingono dentro di me, infradiciandomi con i loro umori. Sento i loro gemiti, e mi fanno venire in mente i cuccioli che giocano a ringhiare come i grandi.

Per un momento, negli occhi di Lui si muove qualcosa.

Ti fanno del male, Piccola Figlia?

I pensieri di Pantera lottano per un momento l’uno contro l’altro, poi, esitanti, affiorano alla coscienza del suo immobile interlocutore.

No. Non con il corpo, almeno. Sono solo molto tristi. Vorrebbero giocare al Gioco, e quello che cercano è una Madre. Ma le Pelli Rosa non hanno una Madre, Sibilante?

La risposta è immediata.

No, Piccola Figlia, non ce l’hanno.

OOO

Nell’arena, Pantera si allunga a toccarsi la punta degli artigli, sciogliendosi i muscoli della schiena e dei fianchi. Stavolta il sudore del suo corpo non è un effetto di luce, e l’odore selvatico arriva alle prime file degli invisibili spettatori, causando erezioni o irrobustendo quelle già presenti.

Pantera lo sa, ci è abituata.

Un nuovo schiavo entra nell’arena, accompagnato da un’alta figura nascosta sotto un mantello.

L’accompagnatore sparisce nelle ombre, lasciando l’umano solo con Pantera.

L’uomo, completamente nudo, guarda la donna felino e spalanca gli occhi, come se l’avesse improvvisamente riconosciuta. Poi si getta ai suoi piedi, colmo di una folle gratitudine. Tenta di leccarglieli ma lei li discosta, rapida.

Fa stendere l’uomo su una specie di treppiede, e gli passa la punta della lingua sul ventre prominente e sul petto. Ormai gli è quasi sopra, molti spettatori condividono il pensiero che l’uomo potrà sentirne da vicino l’odore della sua eccitazione animale, esaltante, insostenibile.

Pantera cavalca l’uomo, stringendo attorno ai suoi fianchi le gambe atletiche.

L’uomo grida nel buio il suo piacere, mentre gli artigli di Pantera solcano il suo petto. E le ferite non si rimarginano.

- Ma quello è un umano! Che schifo è? Non mi avevi detto che ci facevano anche queste cose, in questo posto di merda!

Il ragazzo più giovane a malincuore leva la mano dalla patta, inturgidita.

- Non è un segreto che qui, chi vuole, può farsi qualche esperienza. Come quel paraculo lì in platea. Non fare finta di non saperlo!

L’altro ha gli occhi da matto, che roteano nella semioscurità.

- Non pensavo fosse sotto gli occhi di tutti! Io me ne vado!

Il più giovane, sbuffando, si alza per seguirlo.

- Sei un rompicazzo! Aspettami, Cristo!

OOO

Non mi hai ancora risposto Sibilante. Perché lo fanno? Perché vengono tutti qui, alla fine, abbandonando le loro tane?

Lui non risponde, per un lungo, sinuoso momento. Quindi sospira, mentalmente, e la risposta fluisce nella mente di Pantera, snodandosi come un serpentello.

Non hanno nulla da abbandonare, Piccola Figlia. L’hanno già fatto tempo fa, e Madre ha voltato loro le spalle.

Così pensano che il Gioco li possa salvare da loro stessi, e da quello che hanno fatto. Ma ormai le Pelli Rosa sono uscite del tutto dalla Famiglia.

La voce di Madre non si può ignorare, nemmeno dopo che è stata ferita e deturpata dai loro pezzi di metallo. Così vengono qui, pensando di essere mossi dal desiderio, in realtà con l’unica voglia di abbandonarsi a quella massa di artigli, zanne, unghie, chele, uncini, code, denti, tentacoli e pinne che ancora danza nel fondo dei loro sogni di plastica.

Di nuovo silenzio tra le due menti. Pantera rimane assorta, quindi scuote leggermente la testa, strizzando gli occhi, perplessa.

Pensi difficile Sibilante. Quello che dici non lo capisco.

Lui la guarda con infinito amore. Se avesse delle labbra umane, ora sorriderebbe.

C’è un termine usato dalle Pelli Rosa che potrebbe definire tutto questo. Ma per te sarà solo un altro suono, Piccola Figlia.

E qual è?

Redenzione.

Pantera lo guarda negli occhi, in quelle indecifrabili pupille a fessura.

Sì, è solo un altro suono.

OOO

I due ragazzi sono per strada, di nuovo ombre.

Quello più grande è già vicino alla macchina, le chiavi in mano.

- Sono mutanti, amico, nient’altro che sporchi mutanti. Mio padre mi scuoierebbe se sapesse che sono venuto qui.

- Anche la tua lap dancer è una mutante, e tuo padre sa che ogni sabato sei lì a sbavare sulle sue tette.

- E’ diverso. Lei ha due teste, è vero, ma è umana! Questi sono… sono…

Non sappiamo più trovare le parole giuste, anche quelle più semplici, pensa quello giovane, e finisce la frase dell'amico.

- Sono diversi.

Tra le due ombre si è fatto silenzio. Nell’aria si sente solo la musica lontana del locale, cupa e spettrale.

Infine, il ragazzo più giovane fa un passo indietro.

- Sai che ti dico… io un giro me lo faccio!

L’altro non risponde, allarga le braccia, guardandosi intorno come in cerca di un insperato conforto dai vicoli vuoti.

- Sei impazzito? Ti prenderai chissà quali malattie!

- Figurati, una in più od una in meno…

Il ragazzo più giovane dà le spalle al compagno, e si dirige ad ampi passi verso la porta del locale, nuovamente.

L’altro, infuriato, gli grida dietro.

- Sei un coglione! Cristo, tu sei umano, non sappiamo più un cazzo degli animali, sono solo ricordi del passato!

Il giovane non si gira, ormai è immerso nella luce rosa dell’insegna.

- I loro gusti! Le loro fottute abitudini! Non sai un cazzo!!!

- Cristo… - dice infine, rimasto solo nella strada.

Sale nella macchina, sbattendo la portiera, fingendo con se stesso di voler ripartire e lasciare quello stronzo lì, tra le bestie che giocano agli uomini, ma sa già che lo aspetterà.

Intanto rimane a pensare al corpo di quella donna, quella pelliccia nera che le ricopriva come una guaina il culo perfetto. Ed il pensiero cresce.

OOO

Il ragazzo più giovane è solo, in ginocchio, al centro esatto della stanza.

Mani estranee gli hanno tolto i vestiti e lo hanno condotto lì, ad attendere la sua Domina.

Il suo respiro è affrettato, e si gusta fino in fondo la nuova sensazione di ansia che accompagna l’attesa.

Solo, sa che è giusto essere lì, meglio di qualsiasi puttana a una o due teste che si possa trovare in città.

Infine lei entra, dopo un tempo infinito.

Il ragazzo si trova a fissare il piede nudo della sua futura Dominatrice, dalle forme perfettamente umane. Verde.

Si china, per baciarglielo, e lei, al contrario di Pantera, lo lascia fare.

Il contatto sulle sue labbra è rinfrescante, e lui, incoraggiato, si affretta a leccarglielo.

Il gusto potrebbe ricordargli corteccia ed erba tagliata di fresco, se mai avesse incontrato cose simili nella sua vita.

Colmo di gratitudine, alza la testa, ad incontrare lo sguardo della sua Signora. Vede la sua stessa faccia inebetita riflessa negli occhi prismatici di lei.

Due braccia che non sono propriamente umane si chinano ad accarezzargli il corpo, pettini di corno gli graffiano piacevolmente i capezzoli.

Il ragazzo guarda con ammirazione infinita la perfezione di quella testa da insetto.

È pronto come mai lo è stato.

- Prima di cominciare, mia Signora, posso chiederti come ti chiami?

Lei allarga le grandi zampe, rivelando i seni e la complessità del suo grembo.

Hai bisogno di un Nome?

- Oh sì mia Signora, ti prego.

Le sue mandibole affilate vibrano ad altissima velocità, ed il ronzio emesso potrebbe assomigliare ad una leggera risata, sottile come quella di una antica principessa giapponese.

E sia. Chiamami Mantide.






Fildor

1 commenti:

  1. ho letto d'un fiato Fildor/Moreau :)

    Walser

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