venerdì 14 maggio 2010

Lo schiavo perfetto torna tra noi

Con l'occasione di Pop Porn X edizione "La Poppa del Mondo" (15 maggio 2010 allo Shangò, Roma) è tornato tra noi "Lo Schiavo perfetto" in Sado-polo, la sfida tra pony-girl e pony-boy

5 stampe su pannello forex da 5mm di spessore, 100x100cm, per info radaaria@legami.org


giovedì 29 aprile 2010

La prima volta

Alle volte si scrivono cose che rimangono nel tempo, a cui non dici mai "non ti ho scritto io", cose che vorresti riscrivere oggi e che sai che le riscriveresti allo stesso modo

Prima pagina di taccuino

di Radaaria
lunedì 31 maggio 2004

L'eccitazione è quella della prima volta...

il primo quaderno, lo sfogli e ne senti la superficie con le dita, non ha segni,

è liscio e immagini quando sotto le dita sentirai i delicati solchi lasciati dal passaggio della tua mano ad incuneare... segni.



Come la prima volta con un nuovo schiavo.

Ed ogni volta è sempre come la prima volta.

Ed ogni volta è sempre diverso.

Lo sguardo che dice cose diverse e sempre uguali: "cosa mi vuoi fare?" "devo avere paura?" "posso stare tranquillo e lasciarmi andare?"

e il controllo che ancora mantiene odora di adrenalina

e vibra nelle mie narici eccitando il sangue che comincia a scorrere più fluido e batte il ritmo della musica che sto per suonare.



Il momento prima di cominciare è esaltante, non sai ancora se la musica sarà classica o sarà dark o rock e non sai ancora se lo strumento che hai davanti ti seguirà docilmente o avrà bisogno di essere accordato.

E il momento prima di cominciare è quello che mi piace far durare di più, che siano pochi minuti che sembrano ore o addirittura giorni, lasciando l'altro a pensare "ma forse non faremo mai niente, forse non gliene frega niente", lasciando che lo sguardo di desiderio si spenga nell'orgoglio o nell'incomprensione.

Allora, quando non se lo aspetta, arriva il primo segno, ed è come acqua gettata in faccia, uno squarcio di questa dimensione che porta in quel mondo... di segni.


R

giovedì 22 aprile 2010

A Snake of June

A Snake of June (六月の蛇, Rokugatsu No Hebi)
un film del 2002 di Shinya Tsukamoto.
È stato presentato alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia 2002 nel Concorso Controcorrente, ottenendo il Premio Speciale della Giuria.

"Il serpente è quello che tutte le donne hanno in corpo. Una metafora che mi attrae da sempre. Quando penso ad una donna, la immagino con un serpente che le vive dentro"
(Shinya Tsukamoto - Intervista sul manifesto, 4 settembre 2002)

"Per un lungo periodo di tempo, ogni anno quando arrivava la stagione delle piogge, continuavo a pensare con rammarico, mentre guardavo in tralice una bella ortensia, che neanche questa volta avevo girato A Snake of June. E così sono passati dieci, anzi, forse quindici anni"
(Shinya Tsukamoto - Andrea Caramanna, Expanded Cinemah, 6 settembre 2002)

Un film particolare, per chi ama e conosce il Giappone di più facile lettura, per chi ama e conosce, o è attratto da, il BDSM e il Fetish, ricco di spunti per il dialogo.

Dalla pelle umida di Rinko, la protagonista, ai suoi orgasmi liberatori, all'esposizione del suo corpo al mondo esterno, che prima sembra giudicare e poi gode sottomesso alla sua bellezza imposta, seguiamo un percorso fatto di "giochi di potere", in cui il potere si succede dall'uno all'altro dei protagonisti, in uno scambio prima non consensuale e poi ricercato e fortemente voluto dalla donna, "a snake".

Il rapporto con l'estremo, e soprattutto con la morte, porta i personaggi a scoprire la vita, attraverso l'esperienza dei propri desideri che prendono corpo, facendo crescere una consapevolezza che è il senso dell'essere, del vivere senza sconti e senza compromessi, uccidendo quel silenzio e quell'assenza di dialogo che era poi la vera non-vita.

Perché non c'è rapporto con l'altro se quest'ultimo viene forzato ad una bidimensionalità che non vuole e che non lascia spazio per vivere e per godere. Il sesso (anche solo da dietro o davanti una macchina fotografica) da perversione, voyeuristica ed esibizionistica, diventa liberazione, forzando un po' e poi aprendo le porte della comunicazione e sanando rapporti che sembravano allo stadio terminale.

Un film, infine, che lascia spazio all'immaginazione nei suoi punti più onirici, e che vuole essere un omaggio alla donna, che da oggetto diventa volutamente oggetto del desiderio, per un riscatto e un premio che è "solo" la vita.


Radaaria

venerdì 16 aprile 2010

Sebastiane e Obama

35 anni fa Derek Jarman gira un lungometraggio che dà scandalo, ma anche no.
il primo film omoerotico, Sebastiane, non viene passato a Cannes e viene fischiato a Locarno.
subito dopo però viene distribuito, in inghilterra dove è nato, con successo, di pubblico e critica.


quello che non verrà capito negli Stati Uniti, che lo bolleranno come film sessuale e lo relegheranno ai cinema porno annoiando una platea che cerca stimoli onanistici, è che quello ripreso è amore, non sesso fine a se stesso, è ricerca dell'altro in un amore omosessuale che non ha nulla di cui vergognarsi, fatto alla luce del sole e forte come l'amore del Sole stesso, quel Dio a cui Sebastiano dedica la vita, o forse più la morte.


quadri viventi, svelati, scoperti, dalla luce del sole che regala visioni e rallenta e dilata il tempo e le immagini.
prima del peccato, quel peccato che nasce proprio nel momento in cui Sebastiano non si dà all'amore di Severo ridendogli in faccia e schernendolo come impotente, ubriaco e impotente.


35 anni dopo il presidente degli Stati Uniti afroamericano Barack Obama ha ordinato agli ospedali americani di riconoscere i diritti delle coppie gay (leggi) permettendo al compagno indicato di seguire il malato dove fino ad ora non poteva.

prima o poi il sole arriva.



Radaaria

giovedì 4 marzo 2010

BRIDGET THE MIDGET o L’ATTRAZIONE PER LA DIFFORMITA’

Bridget Se in questo esatto momento il Genio della Lampada della Libidine mi concedesse la realizzazione di uno specifico desiderio, ovvero quello di passare un’intera notte di sesso lussurioso e perverso con una Pornostar degli ultimi tempi, la mia scelta non ricadrebbe su fanciulle del calibro di Jenna Jameson, Belladonna o Aria Giovanni (se questi nomi non vi dicono niente credetemi sulla parola, sono operatrici del settore bellissime e molto portate per la professione).

No, la prescelta sarebbe qualcuno al di fuori della classifica delle top 100, molto diversa dalle signorine testé citate, un piccolo folletto del sesso, un bizzarro elfo del peccato, l’altra faccia delle favole della buona notte, 1 metro e 14 cm di pornostar, l’unica e sola Bridget Powers, altrimenti conosciuta come Bridget the Midget.

Bridget Sì, è una nana, e il termine tradotto in italiano assume tutta la crudezza di cui solo noi “normali” siamo capaci.

Ho “scoperto” Bridget cercando foto di modelle gothic e punk per un progetto di racconto che chissà se e quando vedrà la luce. Nelle mie saltuarie ma reiterate passeggiate nel porno mi ero già imbattuto di sguincio nel genere midget, ma non mi aveva mai attirato, anzi avevo provato quella vaga repulsione (probabilmente condivisa da molti) subito sedata dalla mia coscienza “progressista” che si compiaceva dei propri progressisti pensieri pensando “beh, almeno anche loro si divertono, e poi se c’è gente a cui piace vedere queste cose perché no, come posso pretendere che i miei feticismi siano più normali dei loro, e bla bla bla”. Chiacchiere di una mente pervy, democratica e pericolosa.

Poi, un primo piano intenso, occhi dal taglio allungato, un nasino costellato da una spruzzatina di efelidi, una bella bocca, il tutto con una certa sproporzione tra le parti che invece di disturbarmi mi attirava di più. Aprii la foto successiva e realizzai la tremenda verità. Quel bel volto sbarazzino e malizioso era quello di una nana! Niente fronte sporgente, occhi a palla o guance rotonde, quella era la testa di una bella ragazza messa sul corpicino “sbagliato”.

Mi sentii subito una merda (e a ragione!) per aver pensato una cosa del genere. Il mio corpo quindi era giusto e il suo sbagliato? O non è forse più corretto pensare che è la maggioranza a creare la normalità? In un mondo di nani Monica Bellucci probabilmente sarebbe una freak affascinante per alcuni, ma ributtante per molti.

Così, con la stessa curiosità intellettuale provata spulciando vita e opere di artisti o scrittori, mi sono andato a informare su Bridget the Midget.

Bridget è nata da genitori “normali” (più uso questa parola e più la detesto) che pensarono bene di divorziare quando lei aveva appena un anno. In un’intervista lei stessa avanza l’ipotesi che suo padre fosse spaventato dall’idea di avere una figlia “anormale”, e in qualche modo abbia voluto fuggire la responsabilità.

Bridget ha subito molte operazioni nell’età che va dai quattro ai quattordici anni per correggere l’anomala curvatura della gamba sinistra, cosa che, per usare le sue parole, l’ha portata a diventare abbastanza folle, soprattutto in adolescenza, forse per tutti i farmaci propinati durante le cure. Tuttora Bridget indossa un tutore al ginocchio sinistro, praticamente sempre.

Bridget ha fatto la prostituta, la lap dancer, la mangiatrice di spade, la spogliarellista di burlesque, la cantante rock e naturalmente la porno star. Bridget ha vissuto più vite nel suo piccolo corpo di quante normalmente ne vivono le persone normali, e uso per l’ultima volta questo aggettivaccio con tutta la consapevolezza necessaria.

Notizia ferale per i suoi fan, Bridget ha deciso di lasciare il business del porno perché si rifiuta di girare scene senza il condom, oggetto che evidentemente non riscuote molto successo nell’ambiente.

In un’intervista molto interessante Bridget afferma cose che mi hanno molto colpito. Tra queste la percezione che qualsiasi cosa faccia nella vita sia per lei, in qualità di little person, in qualche modo più sentita, nel bene e nel male. Ogni sforzo è maggiore, come lo è anche il piacere e il dolore. Ogni impresa è più difficile, ma per corrispettivo ogni traguardo raggiunto causa una gioia maggiore. Quando l’intervistatore le chiede se le piace essere come è, Bridget afferma una cosa molto semplice e vera: nella vita ogni persona vuole essere differente, e lei ha già la “fortuna” di esserlo.

Bridget Dal momento che non riesco a vivermi le mie improvvise pulsioni fantastiche ed erotiche senza tentare una parziale spiegazione, mi sono chiesto perché questa infatuazione per Bridget. Forse sto spacciando come interesse culturale e professionale l’affiorare di una nuova devianza nel mio immaginario sessuale (già abbastanza borderline), ovvero il feticismo per i nani, o nello specifico, le nane?

Si è detto che il feticcio è ciò che sta al posto di, e se è così, in questo caso, la gente piccola a che cosa rimanda?

venerdì 12 febbraio 2010

Legami

Ad implorarmi

non è la sua voce fatta muta

non è il suo sguardo tremante

non le mani impacciate

non la pelle lucida



è la stessa vita sua

che chiede di essere mia


Radaaria

venerdì 5 febbraio 2010

Banner grafica 1.0


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mercoledì 3 febbraio 2010

Radaaria

Sono un’immagine

L’ombra leggera dietro le tue spalle quando ti guardi allo specchio, se distogli lo sguardo dai tuoi occhi svanisco, e torno a comparire nell’espressione dubbiosa tra le sopracciglia

Sono l’attesa del Ragno, sempre affamata e sempre sazia, capace di materializzare la vittima e renderla succulenta

Sono l’afflusso di sangue alle gengive, e il pulsare del desiderio

Sono il segno nero e fluente tra le carni, sparisco quando si toccano e colpisco inaspettatamente

Lo schiocco della frusta e il rossore che appare

Sono quello che ti faccio vedere, miraggio di sogni e sesso

Ho chi tesse le fila per me, do forma ai suoi pensieri,
ne accarezzo l’immagine, al centro della tela

Sono Radaaria

martedì 2 febbraio 2010

Fildor

Oltre la pesante porta sbarrata di fronte la quale sono seduto, passi pesanti lungo i corridoi, ordini secchi e sguaiati in una lingua che sembra straniera, a volte grida, ben presto soffocate.
Alle mie spalle, la grande finestra dai vetri spessi, attraversata da sbarre la cui ossidazione ha donato un bel colore brunito, simile ad oro scuro. Fuori, tramestii, grida di dolore e vittoria, scalpitii di cavalli ed il lontano rumoreggiare dei cannoni.
Io, se posso essere considerato un “io”, siedo a questa scrivania, di fronte a me una pila di fogli di carta ingiallita, una penna d’oca, ed una boccetta d’inchiostro. Non mi fanno mancare mai carta e inchiostro, me la portano quando dormo, non sono mai riuscito a vederli. Spesso ho finto di dormire, a volte anche per ore, ma hanno sempre aspettato il momento opportuno per entrare, quando realmente fossi sprofondato nel sonno.
Sono prigioniero, in una elegante e calda gabbia dorata.
Non ricordo i delitti per cui sono stato ingabbiato, non sono neanche sicuro di essere stato regolarmente processato, perché io, non sono proprio un “io”.
Ho un nome, guadagnato o regalatomi in qualche maniera in altri tempi, e questo nome è Fildor.
Un filo d’oro che serpeggia tra le righe che vedo fluire dalla punta della penna, come fosse un altro a scriverle, e che lega ricordi di fatti mai avvenuti e speranze di un domani inesistente.
Sono Fildor, il prigioniero, forse l’unico prigioniero di questa bastiglia onirica. Le grida, il rozzo marciare delle guardie, potrebbero essere solo sbarre della mia immaginazione, l’elaborata immagine di una prigione che ho costruito attorno a me stesso, per garantirmi questa comoda e solitaria cella.
Alzo la testa dalle carte e mi guardo intorno. Adagiata sul sofà, una bellissima giovinetta mi guarda con occhi da gatto, mentre lentamente si fa scivolare il dito nella fessura luccicante.
Bassi mugolii, risucchi liquidi ed un fremito di ombre mi aiutano a intuire che nell’angolo est della grande camera, proprio dietro l’imponente libreria, sta avendo luogo una piccola orgia.
Lo schioccare regolare di un frustino mi fa capire che proprio dietro di me, sotto la finestra sbarrata che mi offre visioni del Grande Nulla là fuori, un’inflessibile educatrice sta impartendo la sua lezione ad una vittima in estasi. Quest’ultima deve essere imbavagliata, perché non distinguo alcun lamento.
Guardo meglio intorno a me. La camera ora è vuota. I fantasmi appaiono e scompaiono, legati dalle catene d’oro della scrittura.
La carne e le parole della carne sono il giudice e la giuria che mi ha condotto qui, consensuale prigioniero, parte di un’individualità che mi travalica e di cui non mi interesso da tempo.
Il me stesso più alto ha una vita reale, suppongo. Eppure credo che a volte invidi la mia vita da recluso, visitato dai fantasmi del sesso. Mi servo dei suoi ricordi di incontri “reali”, per fabbricare le mie storie inventate. Eppure, il godimento della sua realtà, in gran parte proviene da questa umile fucina segreta, dalle mie carte.
Sono un essere senza carne che racconta storie di carne e desiderio.
Sono il prigioniero, che non baratterebbe nemmeno la più grande delle vostre libertà con la più innocua visione di queste ombre.
Lo schizzo del mio sperma disegna un arco d’argento nell’aria e si adagia su rotondità vellutate coperte dal buio, forse un paio di soffici seni, forse le spalliere di una poltrona. Sento mugolii soffocati e flebili carezze di fantasmi.
Non sono reale, ma questo non deve essere un problema per voi. La differenza tra me e voi è che io ne ho la consapevolezza.
Sono Fildor, e queste sono le mie storie.




Chi è Fildor.

Come accade per molte creature letterarie, Fildor è nato da un nome. Semplice contrazione di un cognome esistente, ha assunto ben presto una sua personalità parassitaria.
La scelta sconsiderata di dare un nome alla deriva letteraria erotica di uno sconosciuto autore ha organizzato pulsioni discordanti tra loro, ma accomunate da desideri di carne, di realtà concreta, di materia al livello primario. Tutto questo si è incanalato, per ovvie ragioni, nel mondo del sesso e dell’erotismo raccontato ed illustrato, e da questo è nato Fildor.
Dare un nome ad una cosa può essere un grande sbaglio, può farla vivere.
Fildor, attraverso l’identità reale dello sconosciuto autore, scrive le sue storie e a volte le pubblica, ma questa è solo la sua attività più superficiale.
Io credo che Fildor sia profondamente malvagio. Non mi illudo che questo giudizio sia del tutto libero da una certa morale cattolica del sesso, che bene o male mi è stata travasata con gli anni; ma al di là di questo, penso che quell’essere che dimora in me (perché sono io lo sconosciuto autore, come avranno già capito i lettori più avveduti) abbia piani più sottili e inquietanti che quelli di farmi scrivere semplici racconti erotici.
Fildor vuole aprire una porta, forse la stessa porta che lo chiude nella sua stanza, descritta nella sua presentazione. Quando questo accadrà, io non esisterò più, e Fildor sarà tra di noi.
Un mostro in più in un mondo di mostri, diranno alcuni, scrollando le spalle.
Può essere vero, forse un mostro in più non fa poi questa differenza, ma per una goccia in più il vaso ha traboccato.
Che Dio mi aiuti.

Fildor