La Porta di Kalka.
Racconti, articoli, poesie, fumetti, illustrazioni
BDSM Fetish ed erotici
di Radaaria e Fildor
martedì 27 luglio 2010
Pelle di fuoco
le mie dita
Sensibilità Sensuale Scende nei miei Sensi
liquida eccitazione
a girar la testa
-rivolo tintinnante tra
calde viscere
-arriva nel profondo e
schizza d'adrenalina
e Voglia smisurata
di Torturare quel Fuoco di pelle
Pensiero sadico
si fa fredda goccia
stimola sussulti e guizzi
i Muscoli
-e ancora goccia
forme di animali in Trappola
-e ancora goccia
del mio peso-volere
-e ancora goccia
La voce trattenuta si spezza
-e ancora goccia
si Libera in Urlo
Radaaria
martedì 8 giugno 2010
Essere se stessi
Trapani, prime nozze gay in chiesa
La cerimonia nel tempio dei valdesi
Benedetta l'unione tra due donne tedesche. Matrimonio inedito in Italia per una confessione cristiana. Duecento ospiti al rito
di LAURA SPANO'
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In un mondo in cui è sempre più facile comunicare, eppure sempre più difficile comunicare le verità e le realtà che ci circondano, più facile parlare per tutti, più difficile farsi ascoltare per i più, più facile lamentarsi in sordina senza incidere su niente, più difficile far arrivare il proprio scontento sull'incapacità di vivere come si potrebbe, dovrebbe, ossia bene: in questo mondo, per me, questa è una bella notizia.
Per me la Libertà è esserci, con tutto di sé, con il proprio corpo, la mente, il proprio amore, le emozioni, per quello che sono e non per quello che altri vorrebbero che fossero, con le proprie azioni e la possibilità di viversi completamente, con i limiti del non fare male agli altri non con i limiti imposti da chi non vuole vedere le diversità.
Libertà è esserci e partecipare, senza dare addosso agli altri ma con la dignità di poter essere se stessi fino in fondo. Senza rischiare di venir linciati per questo.
Il 7 aprile 2010 Trapani ha ospitato un evento libero, di una civiltà che per fortuna possiamo ancora sognare e sperare, il 7 aprile 2010 Trapani è stata il futuro che sogno.
Radaaria
venerdì 21 maggio 2010
ULTIMO TACCUINO
Si può amare la propria malattia?
È questa la domanda che ossessivamente continuo a pormi, rinunciando a priori ad una risposta, mentre resto in attesa, la casa vuota e buia, la porta d’ingresso alla fine delle scale lasciata aperta.
Non mi riferisco alla rassegnazione a cui il malato approda, quasi invariabilmente, quando la lotta contro il morbo si è fatta vana e l’afflizione del corpo diventa mutamento, acquistando le fattezze di una nuova, tragica identità. Uno stadio che segue a quelli della negazione e della paura e che a volte è il necessario passaggio per un’insperata e improbabile guarigione.
No, io sto pensando – se pensieri si possono definire queste spirali mentali, che partono dal nulla e a nulla arrivano – ad un vero e proprio innamoramento, un’ossessione che riguarda una entità ben precisa, che per qualche decisione del Destino ha scelto te invece che milioni di altri esseri, ben più meritevoli del suo terribile amore.
Mi domando e aspetto, nel buio illuminato solo dalla luce dello schermo su cui vedo apparire le parole che voi leggerete.
C’è stato un rumore, sotto. In altri tempi non lo avrei avvertito, ma i miei sensi ultimamente si sono fatti incredibilmente acuti, come quelli di un protagonista di racconto di Poe. Buffo pensiero, potrei essere io uno di quei personaggi, immaginandomi di trovarmi a scrivere con una penna d’oca in un’ala di un castello in rovina, piuttosto che in questa casa ai confini della città.
Il rumore non si ripete. Ho ancora un po’ di tempo, credo. Di certo non è stato il gatto.
Non so bene il motivo per cui sto scrivendo, voi leggerete questo scritto e penserete che sia un racconto. Magari lo criticherete anche o, come si dice nel nostro/vostro gergo, lo “svaccherete”. Non importa, ogni cosa va bene, perché non sarò lì a leggere l’unica cosa che veramente mi potrebbe importare, ovvero la risposta alla mia domanda.
Si può amare la propria malattia?
Quando sono entrato nel sito, ormai qualche anno fa, non ero “vergine” di pratiche sadomasochistiche. Non che mi sentissi un novello De Sade o Von Masoch, ma le circostanze del destino e una certa rilassatezza rispetto alle aspettative, da molti confusa con sicurezza di sé (equivoco che mi sono sempre ben guardato dal chiarire), mi avevano permesso di realizzare parecchie delle mie fantasie. E quelle non concretizzate mi erano venute a noia, al solo pensarle troppo.
Con quella saggezza degli sciocchi chiamata il senno del poi, posso comprendere che questa attitudine era terreno fertile per il proponimento che mi ha portato a tutto quello che è seguito, a questa attesa nel buio. L’insoddisfazione a volte sa essere un morbido guscio all’interno del quale nutrire l’immagine vagheggiata di ciò che crediamo di volere, che nella nostra stupidità pensiamo ci renderebbe immensamente felici, e che sta proprio là fuori, da qualche parte, aspettando solo di essere cercato e richiamato. Ma nel profondo sappiamo che, a volte, è meglio che quella porta giù, in fondo alle scale, resti ben chiusa.
Avendo provato ogni tipo di esperienza fisica, o quasi, mi montò man mano un completo rifiuto per qualsiasi fantasia di specifiche pratiche, baloccandomi invece sempre di più con il pensiero di un totale abbandono ad una Volontà altrui.
Velleità scontata, me ne rendo conto, ma quello che forse rendeva questo proponimento particolare, rispetto a tanti altri, e all’occorrenza anche morboso, era l’assoluta mancanza di passione nella mia ricerca. Valutavo l’esistenza, là fuori, di un Essere Superiore a cui donarmi, senza provare il sacro fuoco dello schiavo, che sente in gioco il senso stesso del suo essere in quanto tale. Anzi mi scoprivo a immaginare, nel mio sconfinato narcisismo, il gusto di cedere completamente ad una persona assolutamente non meritevole non solo della mia stima, ma anche della minima fiducia. Il disprezzo che cominciavo a sentire per questa Superiore (nelle mie fantasie doveva essere necessariamente donna) andava di pari passo con il senso di eccitazione di star giocando con pensieri essenzialmente autodistruttivi, nel gioco invisibile di chi tormenta con la lingua il proprio dente malato, atteggiando all’esterno una perfetta maschera d’indifferenza, e contenendo dentro di sé un piccolo cosmo segreto di dolore.
Postai un’inserzione, laconica, semplice. Nelle mie inutilissime letture sulle antiche pratiche della Tradizione magica ho imparato che ciò che conta, alla fine, è l’Intenzione. Ma l’Intenzione non è la volontà, non basta digrignare i denti e dire “questo lo voglio”.
Ciò porterebbe ad ipotizzare che l’essere umano abbia due livelli di “volontà”: uno razionale e conscio, destinato ad essere frustrato il più delle volte, ed in cui ci identifichiamo; ed un altro, sotterraneo, l’Intenzione appunto, che ci spinge alla realizzazione di ciò che veramente siamo, e che fa accadere le cose. Anche queste sono cose già lette e sentite, ma forse quello che i manuali di new age non dicono è che il nucleo di questa segreta volontà non riguarda sempre “la realizzazione del Sé più Alto”, e cieli azzurri e anime radianti, ma più spesso è qualcosa di oscuro, un cuore pulsante nel buio strappato dalla scatola toracica, che continua a battere, in attesa.
Lei rispose alla mia inserzione. Ricordo perfettamente il suo sintetico messaggio, parole secche, quasi disturbanti nella loro semplicità. Non mi piacquero, gli ultimi scampoli del mio istinto di sopravvivenza stavano alzando il pelo contro quella che, a qualche livello, sentivo essere un’insopportabile invasione, silenziosa e garbata nella sua laconicità come i movimenti di una geisha.
Eppure…
Non credo di avere il tempo per farvi un resoconto accurato di questa storia, e mi dispiacerebbe dovermi interrompere nel mezzo di un periodo, consentitemi questo ultimo patetico narcisismo. Dopo aver assaporato fino all’ultima fetida feccia ogni feticismo possibile, imposto da Lei, l’ultima parafilia che mi è rimasta è quella della bella frase. Patetico.
I pensieri si confondono, e la memoria mi fa scherzi. Ho scritto già quello che mi fece? Forse no, ma non ha molta importanza. Ho paura, adesso? Difficile anche questa risposta. In questo percorso – perché di percorso, infine, si tratta – ho compreso che la paura è una specie di cintura di sicurezza biologica che troppi scossoni possono spezzare, alla lunga. Che stupida metafora, sarà bene che giunga alla conclusione, la mente comincia a tradirmi.
Qualcuno potrebbe dirmi perché non fuggo via. La prima risposta è che mi troverebbe comunque, e dovunque. La seconda risposta è che ho difficoltà a muovermi, dopo varie settimane di quelli che amava chiamare i nostri “giochi”. La terza è quella più interessante.
Prima di tentare una risposta debbo fare una scusa ai lettori di questo scritto, o perlomeno a quelli che avranno avuto la costanza di arrivare fino a questo punto, vincendo la noia di una trattazione confusionaria e senza costrutto. Ho riletto qualche riga di ciò che sto scrivendo di getto e l’impressione è stata quella di una spirale che torna su se stessa, un autocompiacimento duro a sopportare che non chiede altro che qualcuno giunga a mettere la parola fine. Se questo fosse un racconto di genere, prevederebbe a questo punto la rivelazione, più o meno originale, sulla sua identità. Chi è Lei?
Mi sono fatto più volte questa domanda. Se fosse stato un parto della mia fantasia, forse sarebbe stata la Mistress dell’Oscurità, uno spettro tornato dalle Ombre, desideroso di morte e lussuria, intenzionato a compiere una propria imperscrutabile vendetta, vendetta la cui natura avrei lasciato all’immaginazione del lettore, un po’ per effetto (il peggio che può immaginare la vostra mente sarà sempre più pauroso di ciò che posso sforzarmi di immaginare io per voi) e un po’ per pigrizia.
Non è la Mistress dell’Oscurità. Ha una forma ben precisa, un’identità, vive la sua vita e si paga la casa con un lavoro monotono e banale. È la persona che potete incontrare per strada, o incrociare sulle scale, e dimenticarvene dopo cinque minuti.
Non è un essere morto, credo.
Eppure, è anche altro.
Credo che sia una malattia. Non sto parlando per metafora. Gli eventi che mi sono occorsi negli ultimi giorni mi hanno fatto credere che esistano una gran varietà di esseri, sotto questo cielo. Le malattie, i morbi, le afflizioni o come vi piace chiamarle, sono risposte che giungono a nostre ben precise domande. E non tutte prediligono il veicolo materiale di virus o batteri o sangue infetto. Alcune di queste prendono corpi e identità.
Perché ho lasciato che si arrivasse a questo, che mi riducesse a questo? Non ho alcuna giustificazione, da subito ho avuto le prime avvisaglie di quello che Lei voleva, e del posto in cui mi stava conducendo. Di certo l’ho capito dopo aver visto cosa ha fatto al gatto. Ricordo bene il suo sorriso, come avesse voluto lasciarmi bigliettini amorosi nascosti in varie stanze.
Ma era la risposta a quello che avevo chiesto, la mia personalissima perversione, quella di sperimentare da “sano”, con estrema consapevolezza, una desiderata condizione di patologia, abbracciata non con la rassegnazione del malato che non può fare altrimenti, ma con tutta la razionalità di chi invece può scegliere. Non parlo di una scelta tra “giusto” e “sbagliato” – concetti troppo vaghi per chi si è addentrato nei labirinti del profondo – ma tra opportuno e meno opportuno.
O forse, queste sono solo sciocchezze, e quello che stavo chiedendo era l’Amore nella sua forma ultima, la più terribile. E Lei è venuta, sovrapponendosi come un virus informatico ai miei messaggi, isolandomi dai contatti, prima virtuali e poi reali, imprimendo la sua immagine (la sua vera immagine, non quella che usa nella vita di tutti i giorni) sul mio profilo, visibile a tutti, nei file del mio computer. Virus, a tutti gli effetti.
…
Ecco la porta che si chiude, al piano di sotto, e Lei.
Mi rimangono poche righe per i saluti, e poi si compirà l’ultimo gioco. Non mi rimane che affrontare l’ultimo stadio di questa malattia, quella che c’è dopo l’Amore e che nessuna storia ci ha mai spiegato, perché sta oltre il velo della realtà, e dopo, in altre forme, sarò finalmente guarito.
venerdì 14 maggio 2010
Lo schiavo perfetto torna tra noi
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giovedì 29 aprile 2010
La prima volta
Prima pagina di taccuino
di Radaaria
lunedì 31 maggio 2004
L'eccitazione è quella della prima volta...
il primo quaderno, lo sfogli e ne senti la superficie con le dita, non ha segni,
è liscio e immagini quando sotto le dita sentirai i delicati solchi lasciati dal passaggio della tua mano ad incuneare... segni.
Come la prima volta con un nuovo schiavo.
Ed ogni volta è sempre come la prima volta.
Ed ogni volta è sempre diverso.
Lo sguardo che dice cose diverse e sempre uguali: "cosa mi vuoi fare?" "devo avere paura?" "posso stare tranquillo e lasciarmi andare?"
e il controllo che ancora mantiene odora di adrenalina
e vibra nelle mie narici eccitando il sangue che comincia a scorrere più fluido e batte il ritmo della musica che sto per suonare.
Il momento prima di cominciare è esaltante, non sai ancora se la musica sarà classica o sarà dark o rock e non sai ancora se lo strumento che hai davanti ti seguirà docilmente o avrà bisogno di essere accordato.
E il momento prima di cominciare è quello che mi piace far durare di più, che siano pochi minuti che sembrano ore o addirittura giorni, lasciando l'altro a pensare "ma forse non faremo mai niente, forse non gliene frega niente", lasciando che lo sguardo di desiderio si spenga nell'orgoglio o nell'incomprensione.
Allora, quando non se lo aspetta, arriva il primo segno, ed è come acqua gettata in faccia, uno squarcio di questa dimensione che porta in quel mondo... di segni.
R
giovedì 22 aprile 2010
A Snake of June
un film del 2002 di Shinya Tsukamoto.
È stato presentato alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia 2002 nel Concorso Controcorrente, ottenendo il Premio Speciale della Giuria.
"Il serpente è quello che tutte le donne hanno in corpo. Una metafora che mi attrae da sempre. Quando penso ad una donna, la immagino con un serpente che le vive dentro"
(Shinya Tsukamoto - Intervista sul manifesto, 4 settembre 2002)
"Per un lungo periodo di tempo, ogni anno quando arrivava la stagione delle piogge, continuavo a pensare con rammarico, mentre guardavo in tralice una bella ortensia, che neanche questa volta avevo girato A Snake of June. E così sono passati dieci, anzi, forse quindici anni"
(Shinya Tsukamoto - Andrea Caramanna, Expanded Cinemah, 6 settembre 2002)
Un film particolare, per chi ama e conosce il Giappone di più facile lettura, per chi ama e conosce, o è attratto da, il BDSM e il Fetish, ricco di spunti per il dialogo.Dalla pelle umida di Rinko, la protagonista, ai suoi orgasmi liberatori, all'esposizione del suo corpo al mondo esterno, che prima sembra giudicare e poi gode sottomesso alla sua bellezza imposta, seguiamo un percorso fatto di "giochi di potere", in cui il potere si succede dall'uno all'altro dei protagonisti, in uno scambio prima non consensuale e poi ricercato e fortemente voluto dalla donna, "a snake".
Il rapporto con l'estremo, e soprattutto con la morte, porta i personaggi a scoprire la vita, attraverso l'esperienza dei propri desideri che prendono corpo, facendo crescere una consapevolezza che è il senso dell'essere, del vivere senza sconti e senza compromessi, uccidendo quel silenzio e quell'assenza di dialogo che era poi la vera non-vita.
Perché non c'è rapporto con l'altro se quest'ultimo viene forzato ad una bidimensionalità che non vuole e che non lascia spazio per vivere e per godere. Il sesso (anche solo da dietro o davanti una macchina fotografica) da perversione, voyeuristica ed esibizionistica, diventa liberazione, forzando un po' e poi aprendo le porte della comunicazione e sanando rapporti che sembravano allo stadio terminale.
Un film, infine, che lascia spazio all'immaginazione nei suoi punti più onirici, e che vuole essere un omaggio alla donna, che da oggetto diventa volutamente oggetto del desiderio, per un riscatto e un premio che è "solo" la vita.
Radaaria
venerdì 16 aprile 2010
Sebastiane e Obama
35 anni fa Derek Jarman gira un lungometraggio che dà scandalo, ma anche no.
il primo film omoerotico, Sebastiane, non viene passato a Cannes e viene fischiato a Locarno.
subito dopo però viene distribuito, in inghilterra dove è nato, con successo, di pubblico e critica.
quello che non verrà capito negli Stati Uniti, che lo bolleranno come film sessuale e lo relegheranno ai cinema porno annoiando una platea che cerca stimoli onanistici, è che quello ripreso è amore, non sesso fine a se stesso, è ricerca dell'altro in un amore omosessuale che non ha nulla di cui vergognarsi, fatto alla luce del sole e forte come l'amore del Sole stesso, quel Dio a cui Sebastiano dedica la vita, o forse più la morte.
quadri viventi, svelati, scoperti, dalla luce del sole che regala visioni e rallenta e dilata il tempo e le immagini.
prima del peccato, quel peccato che nasce proprio nel momento in cui Sebastiano non si dà all'amore di Severo ridendogli in faccia e schernendolo come impotente, ubriaco e impotente.
35 anni dopo il presidente degli Stati Uniti afroamericano Barack Obama ha ordinato agli ospedali americani di riconoscere i diritti delle coppie gay (leggi) permettendo al compagno indicato di seguire il malato dove fino ad ora non poteva.
prima o poi il sole arriva.
Radaaria
giovedì 4 marzo 2010
BRIDGET THE MIDGET o L’ATTRAZIONE PER LA DIFFORMITA’
Se in questo esatto momento il Genio della Lampada della Libidine mi concedesse la realizzazione di uno specifico desiderio, ovvero quello di passare un’intera notte di sesso lussurioso e perverso con una Pornostar degli ultimi tempi, la mia scelta non ricadrebbe su fanciulle del calibro di Jenna Jameson, Belladonna o Aria Giovanni (se questi nomi non vi dicono niente credetemi sulla parola, sono operatrici del settore bellissime e molto portate per la professione).
No, la prescelta sarebbe qualcuno al di fuori della classifica delle top 100, molto diversa dalle signorine testé citate, un piccolo folletto del sesso, un bizzarro elfo del peccato, l’altra faccia delle favole della buona notte, 1 metro e 14 cm di pornostar, l’unica e sola Bridget Powers, altrimenti conosciuta come Bridget the Midget.
Sì, è una nana, e il termine tradotto in italiano assume tutta la crudezza di cui solo noi “normali” siamo capaci.
Ho “scoperto” Bridget cercando foto di modelle gothic e punk per un progetto di racconto che chissà se e quando vedrà la luce. Nelle mie saltuarie ma reiterate passeggiate nel porno mi ero già imbattuto di sguincio nel genere midget, ma non mi aveva mai attirato, anzi avevo provato quella vaga repulsione (probabilmente condivisa da molti) subito sedata dalla mia coscienza “progressista” che si compiaceva dei propri progressisti pensieri pensando “beh, almeno anche loro si divertono, e poi se c’è gente a cui piace vedere queste cose perché no, come posso pretendere che i miei feticismi siano più normali dei loro, e bla bla bla”. Chiacchiere di una mente pervy, democratica e pericolosa.
Poi, un primo piano intenso, occhi dal taglio allungato, un nasino costellato da una spruzzatina di efelidi, una bella bocca, il tutto con una certa sproporzione tra le parti che invece di disturbarmi mi attirava di più. Aprii la foto successiva e realizzai la tremenda verità. Quel bel volto sbarazzino e malizioso era quello di una nana! Niente fronte sporgente, occhi a palla o guance rotonde, quella era la testa di una bella ragazza messa sul corpicino “sbagliato”.
Mi sentii subito una merda (e a ragione!) per aver pensato una cosa del genere. Il mio corpo quindi era giusto e il suo sbagliato? O non è forse più corretto pensare che è la maggioranza a creare la normalità? In un mondo di nani Monica Bellucci probabilmente sarebbe una freak affascinante per alcuni, ma ributtante per molti.
Così, con la stessa curiosità intellettuale provata spulciando vita e opere di artisti o scrittori, mi sono andato a informare su Bridget the Midget.
Bridget è nata da genitori “normali” (più uso questa parola e più la detesto) che pensarono bene di divorziare quando lei aveva appena un anno. In un’intervista lei stessa avanza l’ipotesi che suo padre fosse spaventato dall’idea di avere una figlia “anormale”, e in qualche modo abbia voluto fuggire la responsabilità.
Bridget ha subito molte operazioni nell’età che va dai quattro ai quattordici anni per correggere l’anomala curvatura della gamba sinistra, cosa che, per usare le sue parole, l’ha portata a diventare abbastanza folle, soprattutto in adolescenza, forse per tutti i farmaci propinati durante le cure. Tuttora Bridget indossa un tutore al ginocchio sinistro, praticamente sempre.
Bridget ha fatto la prostituta, la lap dancer, la mangiatrice di spade, la spogliarellista di burlesque, la cantante rock e naturalmente la porno star. Bridget ha vissuto più vite nel suo piccolo corpo di quante normalmente ne vivono le persone normali, e uso per l’ultima volta questo aggettivaccio con tutta la consapevolezza necessaria.
Notizia ferale per i suoi fan, Bridget ha deciso di lasciare il business del porno perché si rifiuta di girare scene senza il condom, oggetto che evidentemente non riscuote molto successo nell’ambiente.
In un’intervista molto interessante Bridget afferma cose che mi hanno molto colpito. Tra queste la percezione che qualsiasi cosa faccia nella vita sia per lei, in qualità di little person, in qualche modo più sentita, nel bene e nel male. Ogni sforzo è maggiore, come lo è anche il piacere e il dolore. Ogni impresa è più difficile, ma per corrispettivo ogni traguardo raggiunto causa una gioia maggiore. Quando l’intervistatore le chiede se le piace essere come è, Bridget afferma una cosa molto semplice e vera: nella vita ogni persona vuole essere differente, e lei ha già la “fortuna” di esserlo.
Dal momento che non riesco a vivermi le mie improvvise pulsioni fantastiche ed erotiche senza tentare una parziale spiegazione, mi sono chiesto perché questa infatuazione per Bridget. Forse sto spacciando come interesse culturale e professionale l’affiorare di una nuova devianza nel mio immaginario sessuale (già abbastanza borderline), ovvero il feticismo per i nani, o nello specifico, le nane?
Si è detto che il feticcio è ciò che sta al posto di, e se è così, in questo caso, la gente piccola a che cosa rimanda?
lunedì 1 marzo 2010
venerdì 12 febbraio 2010
Legami
non è la sua voce fatta muta
non è il suo sguardo tremante
non le mani impacciate
non la pelle lucida
è la stessa vita sua
che chiede di essere mia
Radaaria
